Paolo Spinicci


Il mondo della vita e il problema della certezza
Lezioni su Husserl e Wittgenstein

 

 

 

 

 

 

 

 Lezione dodicesima

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Considerazioni critiche: fenomenologia e giochi linguistici

 

 

 

 

 

La domanda che abbiamo formulato nel paragrafo precedente ci costringe a riaprire qui un capitolo che nell'ultima fase della riflessione husserliana assume il carattere di una vera e propria ossessione: dobbiamo in altri termini rivolgere la nostra attenzione al problema del metodo fenomenologico, per saggiarne i limiti e le possibilità. Ora, quale sia la natura del metodo fenomenologico dovrebbe ormai esserci chiaro: fin dalle sue prime opere, Husserl ritiene che si debba delineare un metodo che si sforzi di bandire ogni istanza di carattere riduzionistico, ogni pretesa di dissolvere la varietà e la specificità dei significati riconducendola all'interno di un linguaggio i cui concetti appartengano esclusivamente ad un determinato ambito della realtà. Di qui la natura puramente descrittiva del metodo fenomenologico e la sua vocazione alla distinzione e alla diversificazione: la descrizione non teme la pluralità e non si sforza, come deve fare invece ogni spiegazione, di ricondurre il molteplice all'uno. Descrivere non significa ridurre a una spiegazione.

Ora, in questa aderenza al dato Husserl porta a compimento una tendenza insita nella psicologia descrittiva del suo tempo, e in un passo delle Idee Husserl presenta proprio così la sua filosofia - come un positivismo che ha finalmente imparato ad essere fedele a ciò che è dato e quindi anche a se stesso. E tuttavia, dal positivismo Husserl è lontano, e non solo perché esso non propone una "descrizione spregiudicata" delle forme della nostra esperienza, ma anche perché diverso è l'obiettivo che alla descrizione si chiede di raggiungere. Per il positivismo la descrizione è innanzitutto la constatazione di un fatto: l'introspezione deve mostrare ciò che accade nella coscienza poiché solo sulla base dei materiali raccolti è possibile fondare induttivamente le regole che sembrano sorreggere la vita psichica. Diversa è la prospettiva fenomenologica: la fenomenologia non mira a cogliere i fatti dell'esperienza, ma tende piuttosto a metterne in luce le caratteristiche essenziali, le strutture invarianti. Non sono dunque le regolarità psicologiche fondate sulla peculiarità della natura umana a richiamare l'attenzione di Husserl, poiché lo interessa piuttosto l'insieme delle connessioni e delle strutture che determinano il senso e la possibilità dell'esperienza. E ciò è quanto dire che nella natura del metodo fenomenologico vi è il suo rivolgersi non agli eventi dell'esperienza, ma solo al senso che loro astrattamente compete.

Abbiamo già osservato come l'introspezione giochi un ruolo assai scarno nelle indagini husserliane, ed avevamo anzi osservato che nella Crisi Husserl osserva esplicitamente che nemmeno il filosofo può descrivere il flusso eracliteo dei propri vissuti: ciò che può fare è solo fissare la struttura generale delle nostre esperienze, non il loro fattuale occorrere. Su questo tema dobbiamo ora tornare e non per correggere quelle affermazioni, ma per vedere che cosa esse propriamente implichino e quale sia il rapporto che intrattengono con la riflessione più generale che Husserl ci propone. E la risposta che ci sembra di dover dare è chiara: anche se l'indagine fenomenologica concreta si avvale prevalentemente di esemplificazioni e di modelli che hanno il compito di delineare le componenti di senso che sono implicate dal fenomeno che si intende descrivere, Husserl non rinuncia per questo a considerare l'indagine fenomenologica come una scienza dei vissuti della soggettività, come una descrizione che ha per oggetto le esperienze che animano la vita dell'io, sia pure attraverso il filtro di un'indagine di carattere strutturale.

Di qui la domanda che dobbiamo porci: si può davvero parlare dei nostri vissuti come se fossero degli oggetti che possiamo descrivere? O più propriamente: quando parliamo dei vissuti in cui si articola la nostra esperienza possiamo effettivamente abbandonare il terreno dei giochi linguistici e quindi il piano di un accordo che si dispone necessariamente sul terreno del mondo della vita? Vi è un senso in cui sembra lecito rispondere affermativamente a questa domanda: chi, per esempio, parla dei colori, lega le sue parole al contesto percettivo e attribuisce così la giusta valenza ai termini di cui si avvale. Le regole d'uso di parole come "rosso", "verde", "giallo", ecc., possono essere così prontamente afferrate solo perché gli esempi su cui quei giochi linguistici si fondano sorreggono la nostra prassi linguistica e, per così dire, la rendono ovvia. Possiamo anzi spingerci un passo in avanti, ed osservare che la dimensione normativa del linguaggio che è così caratteristica della riconduzione del significato a regola d'uso poggia comunque sulla concordanza fattuale e sulla convergenza empirica degli usi: possiamo imparare a usare la parola "rosso" solo perché di fatto tutti reagiamo nello stesso modo al rosso, perché ne abbiamo tutti la stessa rappresentazione. E tuttavia ciò non toglie che del mio o del tuo vissuto del rosso non possiamo egualmente parlare, poiché è in linea di principio sito al di là di ogni possibile accordo. Ciò di cui parliamo e che costituisce il terreno su cui concordiamo è la regola d'uso di quelle parole, la grammatica che è loro propria. Più di questo non possiamo fare, poiché le nostre parole hanno un significato solo sin dove è possibile un accordo - e un accordo vi è solo sino a quando non abbandoniamo il terreno dei giochi linguistici.

Di qui la conclusione cui tendono le nostre considerazioni. Proprio perché tutti ci intendiamo sul significato della parola 'rosso' o della parola 'dolore' non possiamo porre poi il criterio del loro uso (l'applicazione paradigmatica che ci mostra la regola) in un luogo che sia consultabile solo privatamente da ciascuno, poiché un simile oggetto nascosto non può fungere come un metro che ci permette di volta in volta di misurare le diverse occorrenze di un dato comportamento linguistico. Un metro inaccessibile e che non possa essere posto sotto gli occhi di tutti non è affatto un metro, così come non lo è un'esperienza paradigmatica che sia accessibile soltanto ad un soggetto, poiché una simile esperienza non può godere del crisma dell'esemplarità. Wittgenstein - e cioè l'autore cui dovremmo presto cedere la parola - illustra queste nostre considerazioni proponendoci, uno strano gioco di società, che ci ripropone sotto un velo piuttosto esile una discussione più generale sulla coscienza e i suoi vissuti:

Ora qualcuno mi dice di sapere che cosa siano i dolori soltanto da se stesso! - Supponiamo che ciascuno abbia una scatola in cui c'è qualcosa che noi chiamiamo 'coleottero'. Nessuno può guardare nella scatola dell'altro; e ognuno dice di sapere che cos'è un coleottero solo guardando il suo coleottero. - Ma potrebbe ben darsi che ciascuno abbia nella scatola una cosa diversa. Si potrebbe addirittura supporre che questa cosa mutasse continuamente. - Ma supponiamo che la parola 'coleottero' avesse tuttavia un uso per queste persone! - Bene, non sarebbe certo quello di designare una cosa. La cosa contenuta nella scatola non fa parte in nessun caso del gioco linguistico; nemmeno come un qualcosa: la scatola potrebbe anche essere vuota. - No, si può 'tagliar corto' con questa cosa che è nella scatola; qualunque cosa essa sia, si riduce a nulla. (Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1974, 293).

Di questo ordine di considerazioni dobbiamo tenere conto se vogliamo cercare di comprendere quale sia la plausibilità di una genesi costitutiva della Lebenswelt che abbia il suo terreno di indagine nei vissuti della soggettività trascendentale. Questa mossa deve apparirci ora in tutta la sua problematicità, poiché non è chiaro che cosa dovrebbe in questo caso consentirci di superare il terreno dei giochi linguistici. L'ego trascendentale, ci assicura Husserl, è il terreno apodittico delle esperienze soggettive: ciò che l'epoché dischiude agli occhi del filosofo che si avventura sul terreno trascendentale sono i vissuti in cui si articola la sua vita di coscienza. Ma di questi vissuti possiamo davvero parlare se qualsiasi gesto linguistico implica un accordo che non può fondarsi su un dato che è in linea di principio inaccessibile agli altri? E ancora: una scienza della costituzione della Lebenswelt non presuppone a sua volta un linguaggio ed un insieme di operazioni che sono ovviamente valide sul terreno del mondo della vita ma che non dovrebbero essere semplicemente presupposte se davvero si vuol pretendere di dare all'analisi della soggettività trascendentale la forma di un cominciamento assoluto?

Credo che queste obiezioni colgano, in ultima analisi, nel segno e mettano in luce un aspetto della filosofia di Husserl da cui è necessario accomiatarsi - dalla pretesa di dare all'indagine fenomenologica il carattere di una scienza trascendentale della soggettività, di una descrizione priva di presupposti dei vissuti che si dischiudono allo sguardo di chi pratica l'epoché. Per una descrizione che pretenda di avere il proprio punto di avvio nell'introspezione e che creda di poter scorgere nella natura prelinguistica dei propri oggetti il suggello della loro indubbia priorità ontologica non vi è spazio - su questo punto credo si debba concordare, e credo che ciò significhi rinunciare alle pretese di una filosofia prima, di una scienza della soggettività.

Quando si fa filosofia, non si dovrebbe mai alzare il tono della voce, poiché non c'è nulla di più facile che cercare di convincere gli altri e noi stessi pronunciando un nome con eccessiva convinzione o scrivendo ben chiara sul foglio la parola cui d'ora in poi affideremo il compito di decidere che cosa dobbiamo pensare. Da questo rischio dobbiamo difenderci, poiché non è chiaro quali siano le conseguenze che debbono essere tratte dalla critica di principio che abbiamo appena formulato. Non è chiaro, perché il metodo fenomenologico non ha nella norma una piega introspettiva e perché d'altro canto i giochi linguistici poggiano su esempi e possono essere appresi solo in virtù del rimando a contesti intuitivi che esercitano una funzione paradigmatica. E che cos'è la fenomenologia se non anche un tentativo metodico di ragionare coerentemente sugli esempi e sui contesti intuitivi che sono all'origine di determinati giochi linguistici?

Così, prima di decidere il senso delle nostre considerazioni critiche vogliamo tornare sui nostri passi, per rivolgere la nostra attenzione nuovamente al terreno della Lebenswelt cui ora intendiamo guardare attraverso le pagine di un altro filosofo - di Wittgenstein che dedica gli ultimi mesi della sua vita alla stesura di molte brevi osservazioni che hanno per tema la certezza di alcune nostre convinzioni elementari. Di qui l'obiettivo che ci prefiggiamo: vogliamo vedere se un insieme di riflessioni diversamente orientate sul mondo della vita non ci risospingano verso un metodo di analisi fenomenologico, - verso un metodo il cui senso e la cui ampiezza sarebbero in questo caso determinati dalle esigenze cui riesce concretamente a far fronte.

 

 

 

 

 

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