Gli angeli di Paul Klee

di Roberta Rapelli

Il percorso teoretico e iconologico di Paul Klee trova efficace e fondamentale espressione nella figura dell’angelo, che compare nei suoi lavori a partire dal 1913. E’ questo l’anno in cui Un angelo offre ciò che è desiderato inaugura una lunga serie pittorica di circa cinquanta opere, cui l’Autore si è dedicato fino al 1940, anno della sua morte. Nella figura dell’angelo si sostanziano alcuni principi guida del pensiero kleeiano, quali, tra gli altri, la superiorità del divenire sull’essere, del brutto sul bello, della purezza ed essenziale capacità conoscitiva propria dei bambini, dei folli, dei primitivi, degli artisti, rispetto a quella degli adulti, delle persone cosiddette sane, civilizzate, comuni.

Per comprendere la particolarità di questa figura dell’universo kleeiano è opportuno innanzitutto porre in evidenza come essa sia diversa rispetto a quella della tradizione religiosa, in cui l’angelo è bello, immortale, divino, puro spirito; è possibile dire, in negativo e per contrasto, che quello di Klee non è immortale, né spirituale, né divino: esso ha un corpo, e quindi è imperfetto, vicino alla condizione mortale ed effimera dell’uomo. Il suo è inoltre un corpo brutto, in cammino (Sono questi i titoli di due opere rispettivamente del 1939 e del 1940. Il titolo completo della seconda è In cammino, ancora maleducato. Per entrambe, si vedano ultime tabelle) verso una dimensione superiore dell’Essere; non è ancora capace di volare, come dimostrano le sue ali molto piccole, come molto piccoli - quando non assenti - sono i suoi piedi, che rendono faticosa l’avanzata verso il Paradiso, che costringono a terra o ad essa comunque tendono. L’angelo kleeiano è dunque sostanzialmente un’entità mediana, contrastata tra l’aspirazione all’oltre, a ciò che va al di là del mondano e del terrestre, e l’attrazione inevitabile, in quanto dotato di corpo, alla terra. Se però il suo corpo è limitato, la sua mente è forte e determinata e conosce la verità; togliendo il velo che lo sguardo comune frappone fra sé, gli enti e la conoscenza pura di essi, vede l’essenza vera delle cose, scopre che ogni parte dell’universo, anche la più piccola, anche un punto privo di dimensione, in quanto parte della totalità è essa stessa totalità, racchiude infiniti mondi e significati possibili. Perché però questa verità possa essere non solo vista, ma anche vissuta, bisogna superare il principium individuationis in cui l’angelo è ancora immerso. Solo distruggendo le condizioni spazio-temporali, e quindi la corporeità, si può vivere a tutti gli effetti questa condizione veritativa, panica, divina. In questo vivere il dissidio tra onnipotenza spirituale e mentale e impotenza corporea, e nell’averne coscienza, sta l’essenza tragicomica dell’angelo. Come l’angelo, esiste, secondo Klee(Cfr., ad es., M. Dantini, La cameretta dei bambini. Paul Klee critico d’arte (1912-13), in Prospettiva. Rivista di storia dell’arte antica e moderna, n.81, gennaio 1996, p. 57), un’altra creatura capace di vivere questo salto dal piano gnoseologico al piano ontologico: è il bambino che nel gioco trasforma gli oggetti in ciò che vuole, solo nominandoli, o meglio gli oggetti possono essere qualsiasi cosa, indipendentemente da qualsiasi regola; per il bambino non esiste l’hic et nunc, tutto, lui compreso, può essere ovunque e in ogni momento, ed essere altro da sé, al di là di qualsiasi determinazione.

In virtù di tale considerazione sembra assumere fondamentale importanza il fatto che tutti gli angeli di Klee siano raffigurati come li raffigurerebbe un bambino: con semplici linee imprecise l’Autore disegna la loro essenza imprecisa; con semplici linee tratteggia una sagoma informe, quella di un angelo che è in formazione e trasformazione; con semplici linee schematiche, prive di specificazioni, prive di inutili aggiunte, rappresenta un angelo che è simbolo dell’universale essenza tragicomica, idea e archetipo del paradosso, della convivenza e della lotta degli opposti, della medianità, dell’essere-ponte tra due dimensioni, tra Paradiso e Inferno, Luce e Tenebre, onnipotenza e impotenza, essere e non-essere (ancora).

Altro aspetto rilevante, come si è detto, è che l’angelo di Klee è disegnato come se fosse un bambino, con tratti infantili, appunto perché come un bambino sa vedere il mondo, ne sa scoprire i segreti nascosti e come un bambino sta per diventare altro. In questo suo essere in continuo movimento, in viaggio verso una altra dimensione, l’angelo incarna perfettamente l’ideale kleeiano della superiorità del divenire sull’essere, del brutto sul bello: l’essere e il bello implicano stasi, immobilità, assenza di cambiamento; il divenire e il brutto implicano inevitabilmente la perfettibilità, la costante tensione all’altro da sé, ma anche alla verità del proprio essere.

Nelle pagine seguenti saranno presi in considerazione, in ordine cronologico, alcuni angeli, quelli ritenuti più significativi ed emblematici della condizione paradossale e mediana in cui vive l’angelo di Klee, simile al più mediano e paradossale degli angeli, quello divino e diabolico, ovvero Lucifero, portatore di una luce che ha senso solo se ci sono delle Tenebre da illuminare, che può cadere solo se esiste un Paradiso a cui ancora tendere, che può chiamarsi Angelo solo se effettivamente ha un senso ed una possibilità l’essere tale.

Un angelo però che, fino all’ultima rappresentazione, resterà brutto, poiché nulla può realmente mettere fine al suo cammino, perché non è dato essere perfetti, finché si è dotati di corpo – concetto in cui sono impliciti quelli di imperfezione, fragilità, mortalità - , ma è dato essere eternamente perfettibili, quasi divini.


1.

Angelus novus, 1920

Di tutti gli angeli rappresentati da Paul Klee, è probabilmente il più noto, o meglio, il suo nome è sicuramente quello più conosciuto. La sua fama deriva dall’essere divenuto l’‘angelo guida’ di Walter Benjamin. Il filosofo tedesco acquistò nel 1921 questo acquerello che, da allora, divenne il suo costante riferimento, di vita e di riflessione. Si vuole qui soltanto accennare alla fondamentale interpretazione che Benjamin ha dato nella nona delle sue Tesi di filosofia della storia (Per quanto riguarda le altre teorie che l’Autore ebbe a riguardo, si rinvia a G. Bompiani, I denti dell’angelo in S. Risaliti, (a cura di), Le Repubbliche dell’arte. Art and artists from Israel and Palestina, Palazzo delle Papesse - Centro Arte Contemporanea 2000, p. 44; cfr. G. Scholem, Walter Benjamin e il suo angelo, Adelphi, Milano 1996, pp. 20-25; cfr. E. Muchawsky-Schnapper, L’angelus novus di Paul Klee. Walter Benjamin e Gerschom Scholem, in S. Risaliti (a cura di), op. cit., p. 30.), in cui esso appare con sembianze umane che lo fanno assomigliare da un lato ad un bambino, dall’altro ad un mostro’ (Cfr. Ibidem; cfr. G. Scholem, op. cit., p. 28); è l’“allegoria di uno sguardo retrospettivo verso la storia”( O. K. Werckmeister, Walter Benjamin, Paul Klee und der “Engel der Geschichte”, in Neue Rundschau, 1976, vol. LXXXVII, fasc.2, p. 16), è l’“angelo della catastrofe […] che guarda le nostre rovine”( G. Bompiani, I denti dell’angelo, in S. Risaliti (a cura di), op. cit., p. 44).

Se si volge lo sguardo direttamente alla figura, si notano, immediatamente, l’enorme testa e il piccolo corpo - tratti tipici e costanti di tutti gli angeli - e le ali, simili a braccia aperte. Molto umano e ben poco divino, l’Angelus novus ha qualche boccolo che ricorda la figura stereotipata dell’angelo dell’immaginario tradizionale, ma nulla più, come dimostrano i piccoli piedi simili ad artigli di uccello.

E’ nuovo, come un bambino, di cui presenta i tratti, che è appunto un uomo nuovo, perché nato da poco alla vita, perché deve ancora farsi e diventare altro.

E nuovo è anche il concetto di angelo che Klee propone con questa che è la seconda opera della serie: non si parla più di angelo divino, ma di un angelo forse ancor più fedele al suo nome, un angelo che è effettivamente mediano tra cielo e terra, tra uomo e Dio, un angelo che effettivamente è un passaggio, un ponte tra l’essere e il non essere, una creatura in continua trasformazione, che non si ferma in un limbo statico, ma sceglie la via della perfettibilità, dell’eterno cammino alla ricerca di sé, alla formazione di sé.


2.

Sotto custodia d’angelo, 1931

Una rarità nel percorso iconologico e iconografico di Paul Klee, questo angelo ha una funzione. Gli altri non hanno compiti, sono ‘all’asilo, dubbiosi o piangenti’ e a nulla assolvono se non al proprio cammino e alla costruzione di se stessi. Interessante è il fatto che questa funzione, ovvero l’essere custode, è quella tipica dell’angelo della tradizione al quale dunque si avvicina. A dimostrazione di questa affinità vi è il fatto che tale figura, come anche Ampio sotto custodia d’angelo (1931) e Sotto custodia d’angelo su un’erta strada (1931) (Si rinvia anche al Custode celeste del 1940), presenta tre teste, ma un solo corpo e un solo paio di gambe, immediata allusione alla Trinità. Anche se, in qualche modo, si cela qui il mistero della fede cristiano-cattolica, allusione al Paradiso cui è possibile tendere, non bisogna mai dimenticare che si è comunque al cospetto di un angelo kleeiano, e dunque sostanzialmente tragicomico e paradossale, perciò, nonostante rinvii ad una dimensione religiosa, nonostante possa apparire vicino al Paradiso, rimane comunque una creatura costretta a terra, rigorosamente in cammino e con ali che, nonostante siano spiegate, non gli consentono di prendere il volo (Ciò risulta ancor più evidente se si osserva che sia in Ampio sotto custodia d’angelo sia in Sotto custodia d’angelo su un’erta strada l’angelo non solo non prende il volo, ma cammina persino in discesa; cfr. I. Riedel, Engel der Wandlung. Die Engelbilder Paul Klees, Herder, Friburgo 2001, pp. 38-43).


3.

Angelo in fieri, 1934

Angelo particolarmente emblematico, incarna il concetto di trasformazione e divenire che costituisce in generale l’essenza di questa figura. A questo proposito sembra interessante notare che, insieme all’ Arcangelo, è l’unico angelo che non ha sembianze, né umane, né animali, né divine. Non ha alcuna forma, si è fatto pura linea, pura geometria, è diventato pura idea, puro concetto e pura rappresentazione simbolica di esso.

Klee si serve di linee e segni essenziali (L’Autore rappresenta tutti i suoi angeli servendosi di pochi tratti essenziali, cosa che qui risulta ancora più emblematica in quanto tali segni tracciano una figura astratta, in cui gli unici segni decifrabili hanno carattere simbolico) per indicare un archetipo, l’idea di una creatura che non è ancora nulla, totalmente informe, in divenire, in cerca di forma.

Sembra rilevante il fatto che gli unici riferimenti chiari e precisi siano un cerchio, una croce e un triangolo, tutti e tre rinvianti alla sfera a cui è comunque possibile aspirare, la sfera religiosa: la croce è il simbolo (Cfr. I. Riedel, op. cit., p. 16) della sofferenza e della redenzione di Cristo, il triangolo della Trinità e il cerchio dell’eternità. Si potrebbe pensare che il cerchio alluda qui non solo all’eternità di Dio, ma anche all’eternità del divenire e del trasformarsi, all’inevitabile assenza di un arrivo risolutorio. Questo angelo non può infatti fare altro che costantemente tendere, cambiare, camminare, divenire, agognare, auspicare ad essere un angelo puro, divino, incorporeo, privo di qualsiasi specificazione.

Va ricordato che questo suo cammino non è una ‘cattiva infinità’; l’assenza di un arrivo definitivo non vanifica le fatiche, non le rende assurde, in quanto il senso del suo costante puntare in alto sta nel raggiungere la consapevolezza che l’unico arrivo è la perdita di forma, che l’unico modo per partecipare totalmente dell’unità con il tutto, è perdere il proprio corpo, quindi le proprie specificazioni. Se ciò da un lato dimostra la superiore capacità conoscitiva dell’angelo, che è in grado di vedere questa possibilità, dall’altro mette in luce la sua essenza sostanzialmente paradossale: la totalità del proprio essere aspira ad una verità che può vivere solo perdendo parte del proprio essere, solo morendo in parte; da qui, forse, lo sguardo malinconico di molti angeli (Vedi, ad es., Angelo del vecchio testamento, Angelo pieno di speranza, Più uccello che angelo, Angelo nell’asilo infantile, Angelo povero).


4.

Arcangelo, 1938

Come si è accennato anche l’Arcangelo è raffigurato da semplici linee. In questo caso esse sembrano evocare l’universo musicale (Cfr. I. Riedel, op. cit., p. 22.), universo per eccellenza aulico e incorporeo e dunque particolarmente adatto a rappresentare un rappresentante della schiera più elevata di angeli, ad esserne líανάλογον.. Se da un lato condivide con i Custodi e l’Angelo del Vecchio testamento la superiorità - almeno nominale - rispetto agli altri angeli, dall’altro si distanzia da questi, che rimangono, comunque, tipicamente kleeiani nelle loro sembianze così umane e nel loro essere sostanzialmente impotenti. L’Arcangelo ha invece perso ogni genere di riferimento a forme specifiche, è idea pura, e non idea dell’angelo in fieri, ma idea dell’angelo compiuto, di come dovrebbe essere, ovvero privo di una forma precisa e di determinazioni individuali e individuanti.

Come una musica è fatta di melodia e note stabilite, ma sempre riascoltabili, ricomponibili e reinterpretabili, così è l’Arcangelo che rappresenta l’assoluta spiritualità, la raggiunta perdita della corporeità che devia dal cammino, che appesantisce, costringe a terra e rende impo-tenti. Quella corporeità da cui gli altri angeli non riescono a liberarsi, e da cui è libero l’unico angelo che rappresenta ‘l’idea di esso’ e il suo ‘dover essere’.


5.

Angelo del vecchio testamento, 1939

Anche questo angelo ricorda quello della religione, ma, va precisato, solo il nome allude a questa sfera, perché per il resto nulla di divino e celestiale gli appartiene. Occhi tristi, bocca muliebre - per citare una caratteristica di un altro angelo di Klee - enorme testa e corpo piccolo, quasi a confermare la costante disparità tra sfera intellettuale-spirituale e sfera corporale, per ricordare il contrasto tra forza, volontà della mente e debolezza, pesantezza del corpo.

Le ali ci sono e sono tese verso l’alto, ma non garantiscono il volo, solo la possibilità di esso. Ed è proprio questa possibilità, questa tensione a rendere speciali queste creature, che, nonostante siano consapevoli dell’impossibile raggiun-gimento della meta, se non in termini incompleti o comunque paradossali, mai si arrendono.


6.

Angelo in ginocchio, 1939

E’ l’angelo umile, in preghiera, in un gesto tipicamente umano. Le sue ali sono appoggiate lungo i fianchi, non tendono verso l’alto, ma il suo cuore sì, come mostra l’atteggiamento misticamente assorto. Non c’è dunque riposo, neanche per questo angelo apparentemente immobile, ma ricerca interiore, viaggio alla scoperta di sé e del cammino.

Un cammino sconosciuto e arduo che può necessitare di aiuto. E per questo si predispone tale figura, che supplica e medita ed è in ciò diversa dagli altri angeli dinamici, tragicomici, grotteschi, infantili che sembrano trovare in questa interpretazione iconografica un momento di pausa e di riflessione.

Per tutti è vero il fatto che ciò che si muove e tende oltre, in questo caso attraverso la preghiera, è lo spirito, il cuore. Nonostante avanzino anche col corpo alla ricerca della trascendenza, gli angeli sanno che solo la loro anima può elevarli, solo la loro forza spirituale.

L’angelo in ginocchio sembra particolarmente adatto a confermare la validità e il senso di questa ricerca, la possibilità di un Paradiso: l’evidente atteggiamento di preghiera diviene simbolo della realtà di un Dio.


7.

Approssimarsi a Lucifero, 1939

Ecco l’angelo che nel nome porta l’accennata vicinanza all’angelo delle tenebre. Poco bambino, privo di quella sarcastica leggerezza che hanno gli altri angeli, si presenta con tratti nuovi, diversi, perfetti per un angelo che rinnega la sua potenziale essenza celeste. Questa figura non manifesta atteggiamenti di ricerca, di movimento, nemmeno di gioco o frivolezza. Ecco perduti lo sguardo in avanti, gli occhi miti, le bocche muliebri, i piedini dell’infanzia, ed ecco farsi strada un volto che non è volto, che si nasconde e guarda indietro e verso il basso, ed ecco i genitali maschili ben in mostra, segno dell’assoluto protagonismo della pura istintualità, quella in nulla mitigata dalla volontà, quella dell’adulto che ha perduto lo sguardo, il corpo, l’atteggiamento, la potenzialità del bambino, quello che ormai è fatto, e rischia di non poter forse più farsi altro…..

O forse ancora può, come indicherebbe l’assoluta deformità, l’essere ancora in fieri di questa figura che non è Lucifero, ma ad esso soltanto allude e si approssima.


8.

Presto capace di volare, 1939

La Speranza e la Possibilità accompagnano costantemente gli angeli di Klee, come questo, che innalza le sue ali al cielo. Non sa ancora volare, il suo mezzo busto femminile statico sembra far pensare ad una buffa maschera, ad una grottesca creatura, ma non la decisione - un po’ sorpresa e un po’ furba - del suo volto; non le sue ali, non il suo nome: presto sarà capace di volare e qualcosa dell’angelo gli apparterà e potrà continuare il suo cammino, oltre la terra, oltre la corporeità.


9.

Angelo pieno di speranza, 1939

E ancora la Speranza caratterizza questo angelo, particolarmente paradossale nel manifestare la sua speranza con tale malinconia, quasi a ricordare che proprio speranza e malinconia sono le due inevitabili facce di creature che da un lato hanno ragione di agognare all’al di là e dall’altro non possono che piangere la loro fisicità.

Così infantile, così bambino in quello sguardo privo d’ogni malizia e certezza, questo angelo guarda diritto davanti a sé, verso il futuro, mentre le sue ali puntano un cielo che desidera avere e abitare. Non ha altro che la speranza, ma che cos’altro se non il desiderio e la possibilità e la credenza conducono avanti tanto l’uomo quanto l’angelo kleeiano, simbolo dell’intera, tragicomica umanità?


10.

Crisi di un angelo, 1939

Nel cammino ci si può perdere, e questo angelo si è forse perduto, come dimostrerebbero la testa e lo sguardo rivolti indietro. I suoi occhi, ma soprattutto la sua bocca, sembrano però alludere ad una sensazione di compiacimento e soddisfazione. E’ forse la consapevolezza di incarnare un vero passaggio: un passaggio di senso tra l’idea tradizionale dell’angelo e quella che Klee propone. Questo angelo in crisi diventa allora l’emblema dell’angelo kleeiano in generale come angelo in crisi rispetto a quello tradizionale, o meglio che ha messo in crisi il concetto di quello tradizionale, che ne ha messo in discussione l’essenza. Un’enorme testa reclina, malinconica, che guarda dietro di sé, ali come accartocciate a nascondere il corpo, un corpo che comunque non si arrende e prosegue il suo viaggio: questo è il nuovo angelo, un angelo che come tutti gli uomini si chiede Da dove? Dove? Verso dove? (E’ questo il titolo di un angelo del 1940), perché queste sono le domande esistenziali, queste le domande di un angelo che vuole sapere, ma che per prima cosa sa che mancano certezze definitive.


11.

Angelus militans, 1939

La lotta e il continuo provare lo caratterizzano; mai si arrende, milita come un soldato contro un nemico che è se stesso, la propria corporeità, così vile e istintiva, che lo costringe alla stessa terra che vuole abbandonare, mentre i suoi occhi non smettono mai di guardare verso l’alto.

Il suo sguardo sembra diretto all’inconscio, le sue ali sono spiegate come scudi che lo devono proteggere dai mostri che riemergono dalla sua stessa anima, che lo vedono combattere contro le proprie paure e contro i demoni, in ciò simile ad un angelo del Vecchio Testamento.


12.

Più uccello che angelo, 1939

Laddove i tratti umani connotano tanto l’angelo di Klee, capita che quelli animali(Cfr., a questo proposito, G. Scholem, op. cit., p.47) lo caratterizzino altrettanto, come nel caso di questa figura le cui ali – unico elemento che solitamente avvicina l’angelo kleeiano a quello ‘classico’ - sono da uccello, recline, quasi fossero rotte, i cui occhi sono socchiusi, rassegnati, rivolti verso il basso. I piedi ben saldi a terra indicano ancor più il crollo, la mancata ascesa.

Del resto, nel viaggio tra umanità e divinità l’angelo di Klee può aspirare ad essere arcangelo, ma rischiare anche di cadere nei territori di un’animalità - tra l’altro impotente, poiché nemmeno con ali da uccello riesce a spiccare il volo - risultando così ancor più tragicomico.


13.

Angelo sapiente, 1939

La sua grande testa da un lato corazzata, simile a un casco, lo fa sembrare un lottatore (cfr. I. Riedel, op. cit., p. 103 ), dall’altro, racchiusa tra le ali, con fare circospetto e timoroso, fa di questo angelo la perfetta incarnazione della duplicità dell’angelo kleeiano, delle due facce che costituiscono questa creatura che mai si arrende, ma sostanzialmente sola e impaurita dalla sua missione. Di questa duplicità sono testimonianza gli occhi strabici, di cui uno rivolto in basso e l’altro in alto, la postura: il corpo è fisso a terra, mentre le ali puntano il cielo; e ancora, il nome, indice di superiorità mentale, e lo sguardo, che mostra invece una creatura ben poco sapiente, testimonianza del fatto che ciò che è dato vivere e vedere allo spirito, non è dato al corpo.

La medianità è dunque la sua vera essenza: non sarà mai né di qua né di là, ma sempre e solo in mezzo, oscillando tra due poli, unica garanzia di una dialettica eterna. E in ciò sta la sua sapienza, nella conoscenza della superiorità del divenire sull’essere, della perfettibilità sulla perfezione, del brutto sul bello. E in ciò sta anche il suo essere metafora del genere umano, che non può non aspirare ad un’altra e perfetta dimensione, e nello stesso tempo sapere che non si può accedere a questo Paradiso se non perdendo la corporeità, ostacolo alla totale perfezione e all’immortalità.

Dunque è il paradosso, la tragicomica convivenza di onnipotenza gnoseologica e spirituale e impotenza ontologica, ad essere l’essenza costitutiva tanto del genere umano quanto dell’angelo di Klee, consapevole di ciò. Tale certezza da un lato appesantisce il cammino, dall’altro lato, verrebbe da dire paradossalmente, lo alleggerisce, perché l’eternità del peregrinare è comunque garanzia di un continuo perfezionamento, in cui l’angelo avanza con quel suo sguardo veritativo, co-sciente del fatto che essere una pur piccola parte è essere insieme parte, ma anche uno col Tutto.


14.

Angelo nell’asilo infantile, 1939

Questo angelo conferma la già citata similitudine con il bambino. In questo caso le sembianze non ricordano in nulla l’angelo, solo il nome vi allude. Un’enorme testa, uno sguardo dolce e spaurito, una piccola mano: ecco l’angelo-bambino che gioca, ecco l’angelo dell’inizio in cui sono date la purezza, la spontaneità, la totalità delle potenzialità. Come un bambino procede, con lo sguardo intimorito, ma con il coraggio di mostrare la manina, di portarla avanti, verso il futuro, osando, cogliendo opportunità, mentre l’altra forse si è già fatta ala.

L’angelo possiede le particolari doti del bambino che sa vedere le essenze, che sa far essere le cose magicamente solo nominandole, nonostante i limiti corporei e spazio-temporali, che può perdere i piedi (Non sono infatti visibili i piedi di questo angelo, solo il sinistro è vagamente accennato ), eppure avanzare, che resta a terra, ma un po’ sollevato.


15.

Angelo incompiuto, 1939

Senza forma, e dunque emblematico della situazione generale dell’angelo kleeiano, è ancor più tipico se si osserva con che evidenza è rappresentato il suo tendere, il suo agognare verso il Paradiso: l’intera postura del suo corpo è indice di ciò; le sue ali a punta puntano il cielo, ma lui non riesce ad abbandonare la gravità della terra, su cui sta inginocchiato, quasi a supplicare un aiuto, un intervento dal Cielo.


16.

.

Ultimo passo sulla terra, 1939

Speranza e Possibilità si affacciano nuovamente come elementi essenziali di questa figura: non manca che un passo, ancora un solo, ultimo passo.

Se però il nome lascia credere che sarà il Paradiso la meta, va anche notato lo sguardo astuto e maligno che sembra avvicinare quest’angelo a Lucifero. Ciò è testimonianza, ancora una volta, della sostanziale duplicità di questi angeli, del loro essere mediani, del loro poter tanto ascendere quanto precipitare.


17.

La roccia degli angeli, 1939

Se l’ultimo passo sulla terra è davvero per raggiungere il Cielo, nulla più di quest’opera mostra la possibilità dell’ascesa, della salita. Quattro angeli (E’ questo l’unico caso in cui compaiono quattro angeli. In tutti gli altri lavori il soggetto è sempre un solo angelo – anche nel caso dei Custodi dove sono raffigurate sì tre teste, ma il corpo è uno ) disposti a piramide occupano lo spazio di quest’opera, l’unica in cui un angelo, dalle sembianze infantili - aspetto questo non indifferente - è definitivamente sollevato da terra. Non è arrivato, ma è finalmente in volo.


18.

Nell’anticamera della società degli angeli, 1939

Questo angelo sta per accedere definitivamente in un altrove: la società in cui entrerà potrebbe essere composta tanto dagli angeli kleeiani quanto da quelli della religione; comunque sia sta per passare al di là.

Con la sua ala-vela (Cfr. I. Riedel, op. cit.,p. 75) sta per compiere una traversata per superare le dimensioni spazio temporali ed ontologiche, per attraversare le distinzioni tra vita e morte, essere e non-essere.


19.

Angelo povero, 1939

Anch’esso, pur mesto, non cede. E’ evidentemente in cammino. Una sorta di protuberanza della testa mostra forse il gravame, il peso di questo viaggio. La veste bianca, quasi da fantasma riveste il piccolo, povero corpo, che nonostante tutto prosegue e cammina, un po’ sollevato da terra.


20.

        

                                  Angelo brutto, 1939                                        Angelo ancora muliebre, 1939

     

 Angelo civettuolo coi riccioli, 1939                   In cammino ancora maleducato (1940)

Come quello Ancora muliebre (1939) e quello Civettuolo coi riccioli (1939) è un angelo totalmente distante da quello della tradizione religiosa. Tutti gli angeli di Klee, si è detto, sono concettualmente lontani da questa sfera, ma questi a maggior ragione dal momento che le tipiche sembianze umane sono qui esplicitate. La civetteria, e quindi la vanitas, così effimera; la femminilità, simbolo anch’essa di vanitas, di leggerezza, di fragilità; e infine la bruttezza. Non va però assolutamente dimenticato che il brutto è per Klee la condizione di possibilità per agire e costantemente migliorare, tendere, aspirare. Ancora una volta dunque l’umanità e l’imperfezione non sono tratti negativi, in quanto sono le necessarie condizioni di possibilità perché si diano il volo e l’ascesa. Perciò questo angelo brutto sorride - come anche gli altri tre -, puntando le sue ali in alto, consapevole della sua bruttezza , ed anche che resterà ancora brutto, ma consapevole anche che in ciò sta la chiave, poiché la chiave sta nel cammino, nel continuo tendere, e non nell’arrivare. E così è anche per l’angelo in cammino ancora maleducato (1940) che conserva tutto il sarcasmo di molti angeli kleeiani, ma soprattutto il dinamismo e la necessità del costante movimento. Ed è ancora maleducato, come un bambino che va educato alla vita, ma che proprio in virtù del suo non essere ancora pronto, può apprendere e migliorare.

Solo dove c’è il ‘non ancora’ ci sono futuro, speranza e possibilità.


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