Paolo Spinicci


Il mondo della vita e il problema della certezza
Lezioni su Husserl e Wittgenstein

 

 

 

 

 

 

 

 Lezione prima

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Il significato di un termine: la crisi delle scienze secondo Husserl

 

 

 

 

 

Vogliamo dunque muovere dalle pagine dell'ultima opera di Husserl - dalla Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (a cura di E. Filippini, Il saggiatore, Milano, 1961). Husserl - che vi lavora dalla metà degli anni Trenta sino alla morte - pensava alla Crisi come ad una vera e propria introduzione alla filosofia fenomenologica, ed è così che vogliamo leggerla anche noi, come un modo tra gli altri possibili per far luce su ciò che Husserl intendeva quando parlava di una filosofia fenomenologica.

Un equivoco deve essere fin da principio fugato: se Husserl dedica gli ultimi anni della sua vita a scrivere un'introduzione alla filosofia fenomenologica non è perché finalmente avverta il bisogno di dare una forma più semplice e chiara alle sue idee. La ragione è un'altra: se, come lettori, siamo invitati a vestire ancora una volta i panni dei "principianti della filosofia" ciò accade perché Husserl ritiene che il ripercorrere il cammino che conduce alla fenomenologia e che insieme ne mostra la possibilità sia un gesto che assume una valenza etica e che è reso necessario dalla "nostra attuale situazione" (ivi, p. 39) - dagli anni terribili in cui la Crisi viene pensata e scritta. Tutto è in un certo senso già racchiuso nel titolo e nel sottotitolo dell'opera: una Introduzione alla filosofia fenomenologica che nasce dalla constatazione della Crisi delle scienze europee.

Ma procediamo con ordine e chiediamoci innanzitutto che cosa Husserl voglia dire quando parla di una crisi delle scienze, e per giunta delle scienze europee. Una prima ipotesi deve essere fin da principio scartata: Husserl non intende affatto sostenere che le scienze abbiano perso la loro esattezza metodica o che i risultati cui sono pervenute siano insoddisfacenti o dubbi. In altri termini: nulla nella storia recente delle scienze rende anche solo in parte legittimo il sospetto che gli scienziati si siano lasciati abbagliare da ragionamenti inesatti o da false dimostrazioni. La crisi delle scienze europee non è dunque riconducibile alla crisi di paradigma che caratterizza la fisica e la matematica nei primi anni del Novecento:

sia che la fisica sia rappresentata da un Newton, da un Planck o da un Einstein o da qualsiasi altro scienziato del futuro, essa è sempre stata e continua ad essere una scienza esatta. E lo rimane anche se hanno ragione coloro che ritengono non sia possibile aspettarsi né perseguire una forma ultima dello stile secondo cui la teoresi è venuta costituendosi nel suo complesso (ivi, p. 34).

Vi è dunque un senso in cui la scientificità delle scienze non è affatto messa in questione dalla loro presunta crisi: Husserl riconosce di buon grado che il cammino della scienza procede sicuro, lungo un sentiero affidabile, che non è affatto minacciato da quel generale rivolgimento dell'immagine del mondo che prende forma nelle opere della fisica a lui contemporanea.

E tuttavia, basta terminare la lettura del primo paragrafo della Crisi per imbattersi in una diversa nozione di scientificità su cui Husserl ci invita a riflettere poiché è strettamente connessa con il problema che ci sta a cuore:

tuttavia, può darsi che, procedendo da un altro ordine di considerazioni, cioè dalle diffuse lamentele sulla crisi della nostra cultura e sul ruolo che in questa crisi viene attribuito alle scienze, ci vengano incontro motivi che ci inducano a sottoporre a una critica seria e necessaria la scientificità di tutte le scienze, senza peraltro rinunciare al primo senso della loro scientificità, quel senso che è inattaccabile data la legittimità delle loro operazioni metodiche (ivi, pp. 34-5).

Che cosa vuol dire qui scientificità? E che cosa può avere a che fare questa scientificità delle scienze con le "lamentele sulla crisi della nostra cultura"?

Il primo passo per rispondere a queste domande consiste nel rammentare che, per Husserl, la conoscenza scientifica è una conoscenza razionale poiché ci permette di oltrepassare la sfera di ciò che è meramente soggettivo, conducendoci verso le verità obiettive, e cioè quelle verità che si costituiscono in un accordo universalmente intersoggettivo. Ma se le cose stanno così, è legittimo porsi una nuova domanda: dobbiamo cioè chiederci di che cosa sia possibile avere una conoscenza razionale e se vi siano confini oltre i quali la ragione non può spingersi. A questa domanda Husserl risponde con una constatazione di carattere storico. Se ci si attiene al presente, la scienza è soltanto scienza di fatti, e prescinde da ogni considerazione che vada al di là di ciò che è fattualmente constatabile, anche quando ha per tema la vita umana e l'uomo:

Per quanto riguarda le scienze dello spirito, che pure in tutte le loro discipline particolari e generali considerano l'uomo nella sua esistenza spirituale, cioè nell'orizzonte della sua storicità, si dice che la loro rigorosa scientificità esiga che lo studioso eviti accuratamente qualsiasi presa di posizione valutativa, tutti i problemi concernenti la ragione o la non ragione dell'umanità tematizzata e delle sue formazioni culturali. La verità scientifica obiettiva è esclusivamente una constatazione di ciò che il mondo, sia il mondo psichico, sia il mondo spirituale, di fatto è (ivi, p. 36).

Di qui la possibilità di comprendere che cosa si deve intendere quando si parla di scientificità delle scienze nella seconda accezione del termine. Ciò che nel presente sembra valere come criterio di scientificità di una scienza o, come potremmo anche dire, della razionalità di un discorso è il suo vertere su un universo meramente fattuale. Razionale significa allora obiettivamente constatabile, ed il mondo che nelle proposizioni si rispecchia altro non è che la totalità dei fatti - così almeno recita il Tractatus logico-philosophicus.

Come abbiamo osservato, questa nozione di scientificità deve essere sottoposta ad "una critica seria", ma se questo compito è, come dice lo stesso Husserl, necessario, ciò accade perché questa concezione di scientificità è all'origine di quella crisi delle scienze cui possiamo finalmente dare un volto più determinato. L'uomo, si diceva una volta, è animal rationale, e di questa antica definizione (che per Husserl deve comunque essere presa alla lettera) ci si può forse avvalere per trarne un corollario meno impegnativo: anche se forse non vogliamo impegnarci sulla tesi secondo la quale il vero essere dell'uomo sarebbe riconducibile alla sua razionalità, potremmo tuttavia sostenere almeno che le immagini della ragione che l'uomo nel tempo si forgia ci dicono molte cose sul suo stile di vita. La riconduzione della razionalità all'ambito di ciò che è puramente fattuale parla così in nome di un'epoca che non si cura della profondità dell'esistenza e dei suoi valori:

L'esclusività con cui, nella seconda metà del xix secolo, la complessiva visione del mondo dell'uomo moderno accettò da un lato di venir determinata dalle scienze positive e si lasciò dall'altro abbagliare dalla "prosperity" che ne derivava, significò un allontanamento da quei problemi che sono decisivi per un'umanità autentica. Le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto" (ivi, p. 35).

Da qui al manifestarsi della crisi il passo è breve: era sufficiente che la storia costringesse gli uomini ad avvertire nuovamente l'urgenza delle domande ultime senza per questo spingerli a ripensare il concetto di razionalità e di scienza. Le mere scienze di fatti cui faceva eco un'umanità priva di ideali dovevano diventare così l'oggetto del rifiuto delle nuove generazioni, ed anche in questo caso è possibile, per Husserl, indicare una data:

Il rivolgimento dell'atteggiamento generale del pubblico fu inevitabile, specialmente dopo la guerra, e sappiamo che nella più recente generazione esso si è trasformato addirittura in uno stato d'animo ostile. Nella miseria della nostra vita - si sente dire - questa scienza non ha più nulla da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l'uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balia del destino; i problemi del senso o del non senso dell'esistenza umana nel suo complesso (ivi, p. 35).

Gli anni del primo dopoguerra dovevano sancire così il manifestarsi della crisi, sulla cui natura possiamo ormai emettere un primo verdetto: la crisi delle scienze è crisi del significato che le scienze e la razionalità hanno per l'uomo e per la sua esistenza. È dunque una crisi nel senso originario della parola: Husserl ci invita infatti a prendere atto della frattura che si è aperta tra ragione e vita, - una scissione drammatica, se con Husserl si ritiene che la ragione sia la forma vera della vita dell'uomo.

Ma se la crisi si manifesta nel presente, la sua ragion d'essere affonda le radici nel passato e sottolineare questo fatto è importante perché ci invita a riflettere sulle cause che hanno determinato il costituirsi di un concetto di scientificità che pretende di essere applicato esclusivamente alla sfera dei fatti. In altri termini: la crisi del presente deve essere fin da principio disposta in una dimensione storica che ci permetta di cogliere il divaricarsi tra ragione e vita come il frutto di un errore del pensiero, come l'esito cui doveva condurre una mossa falsa nel cammino della riflessione filosofica. Di questa mossa falsa vi è, nel presente, soltanto una traccia, un'eco cui potremmo così dar voce: anche se l'idea di razionalità sembra coincidere oggi con l'orizzonte di ciò che è fattuale, pure non sappiamo rinunciare a porre alla ragione un insieme di domande cui non può più rispondere.

Questa traccia si fa più evidente se - spinti da questa insistenza nel chiedere alla ragione ciò che la ragione oggi rifiuta di darci - rivolgiamo lo sguardo al passato per cogliere quale fosse l'immagine della filosofia e della razionalità che aveva permeato di sé il sorgere dell'età moderna:

Ma non è sempre stato così, la scienza non ha sempre inteso la sua esigenza di una verità rigorosamente fondata nel senso di quella obiettività che ora domina metodicamente le nostre scienze positive e che, andando di là di esse, ha creato le basi e provocato la diffusione di un positivismo che investe anche la filosofia e la visione del mondo. Non sempre gli interrogativi specificamente umani sono stati banditi dal regno della scienza e non sempre ne sono state misconosciute le intime relazioni con tutte le scienze, anche con quelle che (come le scienze naturali) non hanno come tema l'uomo. Fintanto che ci si comportò in modo diverso, la scienza poté pretendere di rivestire un significato per quell'umanità europea che, a partire dal Rinascimento, venne plasmandosi in modo completamente nuovo, anzi, come sappiamo, la scienza poté pretendere di avere il senso di una guida per questa stessa riplasmazione (ivi, p. 37).

Nel Rinascimento, o se si preferisce: agli albori dell'età moderna, la scienza si pone come espressione di una razionalità cui si chiede di abbracciare tanto la natura quanto i problemi dell'esistenza e della sua sensatezza. Il rinascimento e l'età moderna debbono dunque essere visti sotto il segno di un progetto unitario: il progetto di una filosofia razionale che abbracci nell'unità di un sistema teoretico coerente la conoscenza del mondo e l'esistenza dell'uomo nel mondo, i fatti e i valori, l'essere e il dover essere.

Di fronte a quest'immagine del Rinascimento come espressione di una razionalità dispiegata lo storico che è in noi non può non storcere la bocca: "rinascimento", età moderna" o addirittura "postmoderno" sono categorie affidabili solo per quei filosofi che debbono racchiudere la loro filosofia della storia in un capitolo sufficientemente breve del loro libro. Chi vuole, può leggere in proposito un libro di Paolo Rossi, intitolato Paragone degli ingegni moderni e postmoderni (Il Mulino, Bologna 1989), che è un buon antidoto nei confronti di quelle riflessioni filosofiche sulla storia che traggono la loro apparente nitore dal loro essere frutto di una semplificazione eccessiva.

E tuttavia sarebbe un errore limitarsi a queste considerazioni critiche in sé salutari, ed anche se dovremo in seguito tornare su questo tema, dobbiamo fin d'ora abituarci ad assumere una particolare prospettiva di lettura: quando nella Crisi ci imbattiamo in considerazioni su filosofi del passato non dobbiamo pretendere di scorgere le linee di una riflessione storico-filosofica rispettosa della complessità del loro pensiero, ma dobbiamo piuttosto chiederci quale sia l'interrogativo che li rende interessanti agli occhi di Husserl. La domanda in questo caso ci è nota: Husserl si chiede se non vi sia stata un'alternativa alla nozione angusta di razionalità che si è venuta lentamente affermando. E se questa domanda viene presupposta, il Rinascimento può apparirci in questa luce:

come è noto, l'umanità europea attua durante il Rinascimento un rivolgimento rivoluzionario. Essa si rivolge contro i suoi precedenti modi di esistenza, quelli medioevali, li svaluta ed esige di plasmare se stessa in piena libertà. Essa riscopre nell'umanità antica un modello esemplare. Su questo modello essa vuole elaborare le sue nuove forme di esistenza. Che cosa considera essenziale dell'uomo antico? Dopo qualche esitazione, nient'altro che la forma "filosofica" dell'esistenza, la capacità di dare liberamente a se stessa, a tutta la propria vita, regole fondate sulla pura ragione, tratte dalla filosofia. La prima cosa è la teoresi filosofica. Dev'essere messa in atto una considerazione razionale del mondo, libera dai vincoli del mito e della tradizione in generale, una conoscenza universale del mondo e dell'uomo che proceda in un'assoluta indipendenza dai pregiudizi - che giunga infine a conoscere nel mondo stesso la ragione e la teleologia che vi si nascondono e il loro più alto principio: dio. La filosofia, in quanto teoria, non rende libero soltanto il filosofo, ma rende libero qualsiasi uomo che si sia formato sulla filosofia. All'autonomia teoretica succede quella pratica. Nell'ideale del Rinascimento l'uomo antico è quello che plasma se stesso esclusivamente in base alla libera ragione, in base alle intellezioni di una filosofia universale (ivi, p. 37).

Di questo stile filosofico dell'esistenza la filosofia moderna è in larga parte permeata, ed in quello che, secondo Husserl, è il suo padre fondatore essa giunge ad una codificazione esemplare: secondo Cartesio, la filosofia - questa disciplina che deve procedere secondo un metodo rigoroso e che muove dal rifiuto di ogni presunto sapere - è il grande tronco da cui si diramano le singole scienze e da cui tutte le conoscenze sorgono e insieme traggono il loro senso specifico e la loro reciproca connessione.

Dietro quest'immagine non è difficile scorgere ancora una volta un imbarazzante ricordo del passato: il tronco che si apre nella chioma dei rami è un ricordo della nozione aristotelica di filosofia prima, e nella Crisi questo nesso è esplicitamente sottolineato (ivi, p. 39). E tuttavia ciò che in questo concetto attira Husserl non è che un corollario che se ne può trarre: parlare di una filosofia prima significa rammentarsi della dimensione filosofica delle scienze, del loro far parte di un progetto razionale più ampio che abbraccia l'esistenza umana e le sue questioni fondamentali. Parlare di filosofia prima significa allora innanzitutto scommettere sulla possibilità di una riflessione razionale sistematica che proceda secondo un metodo rigoroso e perfettibile, la cui adeguatezza si misura rispetto ad un obiettivo che resta costante - la filosofia prima trapassa così nell'ideale di una perennis philosophia, di una filosofia che non intenda giustificarsi soltanto come coscienza del proprio presente, come una tra le tante possibili "visioni del mondo", ma come un processo unitario in cui si realizza un continuo approfondimento della comprensione razionale del mondo e della vita.

Di qui, da questa concezione della ragione, la filosofia moderna doveva trarre la sua fiducia nella scienza e il suo entusiasmo per un progresso che sembrava dettato dai lumi della ragione:

Su questa base è agevole comprendere lo slancio che animò tutte le imprese scientifiche, anche quelle che rientravano, in quanto concernenti fatti, nell'ordine inferiore, uno slancio che nel secolo XVIII, il quale si autodefiniva secolo filosofico, riempì cerchie sempre più larghe dell'entusiasmo per la filosofia e per le scienze in quanto sue diramazioni. Da qui quell'acceso bisogno di sapere, quello zelo per una riforma dell'educazione e delle complessive forme sociali e politiche di esistenza dell'umanità, uno zelo che rende degna di venerazione l'epoca tanto diffamata dell'Illuminismo (ivi, p. 39).

Ma proprio a partire da qui, da questo confronto con la modernità ai suoi albori, non può non sorgere - per Husserl - la consapevolezza di ciò che è andato smarrito nel cammino che la storia ha tracciato dal Rinascimento sino al presente:

Il concetto positivistico della scienza del nostro tempo è dunque - da un punto di vista storico - un concetto residuo. Esso ha lasciato cadere tutti quei problemi che erano stati inclusi nel concetto, ora troppo angusto ora troppo ampio, di metafisica, tra gli altri quelle questioni che sono dette poco chiaramente ultime e supreme (ivi, p. 38).

Eccoci giunti dunque al punto cui le riflessioni husserliane di fatto miravano. Il concetto positivistico di ragione è un concetto residuo, e lo è perché si è costituito espungendo da sé le questioni ultime e supreme - le questioni concernenti la sfera dell'esistenza e dei valori. Ma nell'osservazione dianzi citata vi è di più: Husserl osserva infatti che la ragione positivistica si è fatta angusta e ha smarrito il carattere progettuale che l'animava nell'età dell'Illuminismo proprio nella sua opposizione alle dottrine ed ai metodi della metafisica. Ora, sul finire del Settecento la metafisica doveva apparire a Hume e a Kant come un sogno da cui destarsi, riconoscendo da un lato il chiudersi di una stagione della riflessione filosofica e costringendosi dall'altro ad indagare le cause di un simile fallimento. Così, nella lettura che Husserl ci suggerisce, la filosofia dai tempi di Hume e Kant ai nostri giorni diviene "una lotta appassionata per comprendere i veri motivi di un secolare fallimento" (ivi, p 40) - un fallimento che si manifesta nelle insensatezze della metafisica e nella relazione che le singole filosofie assumono di fronte alle sue esigenze. Di questa lotta conosciamo l'esito: il rifiuto positivistico della metafisica e il plasmarsi di un concetto angusto di razionalità. Ora, di fronte a questo esito che sembra chiudere nel presente quella lotta appassionata di cui Husserl ci parla è possibile assumere un duplice atteggiamento:

a) È possibile infatti, da un lato, sostenere che le difficoltà in cui il pensiero metafisico si dibatte sono il segno dell'illegittimità delle pretese della ragione, - di una ragione che deve imparare invece a declinarsi secondo il dettato delle scienze positive, dimenticando la sua ambizione a legiferare anche sul terreno delle decisioni e delle scelte.

b) Ma è possibile anche suggerire un diverso cammino e cercare l'origine delle difficoltà della filosofia moderna non nella vastità delle sue pretese, ma in un passo falso del pensiero, in una decisione teorica iniziale che - nella sua apparente ovvietà - doveva poi trascinare la riflessione filosofica su un terreno malcerto.

Non vi è dubbio che ciò caratterizza nel suo complesso la posizione ideologica della Crisi sia proprio la nettezza con cui viene imboccata la seconda alternativa: dal progetto di una filosofia universale e universalmente razionale non si deve recedere nemmeno di un passo; si deve invece rivolgere lo sguardo al passato, per dare vita ad "esaurienti considerazioni storiche e critiche" (ivi, p. 46) che da un lato ci permettano di approfondire le considerazioni che abbiamo appena proposto, facendo luce su "ciò che originariamente si perseguiva con la filosofia, ciò che tutte le filosofie e tutti i filosofi, storicamente intercomunicanti, hanno perseguito" (ivi, p. 46), dall'altro di scorgere l'errore teorico che ha condotto la filosofia in contraddizione con i suoi stessi compiti.

 

 

 

 

 

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