Paolo Spinicci


Il mondo della vita e il problema della certezza
Lezioni su Husserl e Wittgenstein

 

 

 

 

 

 

 

 Lezione diciannovesima

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. La certezza e la vita

 

 

 

 

 

Nel corso delle nostre analisi ci eravamo soffermati più volte sulla duplice funzione che determinate proposizioni possono assumere nel sistema delle nostre credenze, ed avevamo osservato che proprio qui era possibile cogliere la ragione per la quale le certezze si danno come certezze: ciò che ora funge da forma di rappresentazione ci si era dato un tempo come una mossa di un gioco linguistico di cui ci eravamo convinti. La duplice natura delle proposizioni empiriche che esercitano una funzione paradigmatica è dunque all'origine anche dello statuto duplice della certezza: le proposizioni certe sfuggono al dubbio perché esercitano una funzione paradigmatica, che tuttavia è stata loro affidata proprio perché ci siamo passo dopo passo convinti della loro solidità.

Tutto questo ci è noto, e tuttavia il risultato delle considerazioni cui siamo giunti nella precedente lezione ci costringe a riflettere nuovamente su questo tema, poiché ci si è mostrato con chiarezza che i giochi linguistici più elementari non ci riconducono ad un fondamento proposizionale, ma si radicano direttamente sul terreno della prassi. Ma ciò è quanto dire che su questo terreno l'origine della certezza non può essere cercata nel processo che trasforma proposizioni empiriche ritenute vere in regole della rappresentazione (ivi, 83): l'agire non ha natura proposizionale e ciò che fa da sfondo ai giochi linguistici elementari non può essere pensato come il relitto di una precedente credenza. Prima o poi si deve giungere ad un fondamento che non ha forma di proposizione, che non è un presupposto infondato, ma un agire infondato (ivi, 110) - questo è il punto. Ma allora che cosa rende legittimo parlare qui di certezza?

Non vi è dubbio che a questa domanda si può innanzitutto rispondere rammentando che la certezza è, per Wittgenstein, innanzitutto una funzione logica: i presupposti su cui poggiano i giochi linguistici sono indubitabili e stanno ben saldi per noi proprio perché esercitano la funzione di fondamenti. Dire che sono certi significa in altri termini dire in altro modo che si tratta di presupposti.

Sarebbe tuttavia un errore fermarsi qui, ed io credo che anche quando ci si muove su questa forma specifica della certezza si debba mettere in luce la sua duplice natura. L'agire non è certo soltanto perché funge da fondamento, ma anche perché l'agire si muove innanzitutto sul terreno della certezza. Normalmente, quando facciamo qualcosa, siamo sicuri di ciò che facciamo, e la certezza è la forma normale dell'azione:

Perché quando voglio alzarmi da una sedia non mi convinco di avere ancora due piedi? Non c'è nessun perché. Semplicemente non lo faccio. - Agisco così (ivi, 148).

La mia vita mostra che so, ossia che sono sicuro, che là c'è una sedia, una porta, e così di seguito (ivi, 7).

Sono sicuro che vi siano sedie e porte, e questa sicurezza (che non è un sapere) si mostra nella prassi che è, di norma, libera dal dubbio. Ora, senza queste certezze la vita sarebbe impossibile, e ciò getta una luce peculiare sulle considerazioni wittgensteiniane - la luce del pragmatismo. Sarebbe tuttavia un errore sottolineare eccessivamente questo punto, e basta rileggere le osservazioni che abbiamo appena citato per rendersi conto che Wittgenstein non intende sostenere che le certezze siano, in ultima analisi, ipotesi o convenzioni che dobbiamo stipulare per vivere e per agire. Quando mi alzo non assumo di avere ancora i piedi, e la vita non mi spinge a fare come se i miei sensi fossero degni di fede - di tutto questo sono semplicemente certo, e nemmeno l'aria rarefatta del ragionamento filosofico potrebbe farci scordare queste nostre certezze. Dobbiamo dunque riconoscere che la certezza non è soltanto il contrassegno che determinate forme della prassi ricevono dalla funzione che viene loro attribuita nel sistema delle credenze, ma è anche un carattere positivo che le connota indipendentemente da questa funzione:

Agisco con certezza completa. Ma questa certezza è la mia (ivi, 174).

Con la parola "certo" esprimiamo la convinzione completa, l'assenza di ogni dubbio, e con essa cerchiamo di convincere il nostro interlocutore. Questa è certezza soggettiva (ivi, 194).

Per quanto sia infondata, la certezza dell'agire è un tratto che le spetta prima di ogni ulteriore considerazione: nella vita siamo certi, e i dubbi che potremmo astrattamente formulare non ci turbano affatto. Nella vita vi sono molte cose di cui non dubitiamo e di cui non avvertiamo il bisogno di un'ulteriore conferma:

nella vita, mi accerto di sapere che qui c'è una mano (la mia)? (ivi, 9).

A questa domanda non si può che rispondere negativamente, e tuttavia quanto più attiriamo l'attenzione sulla certezza come atteggiamento complessivo che caratterizza il terreno dell'immediatezza, tanto più sembra necessario avanzare una considerazione di carattere critico: la certezza sembra infatti caratterizzarsi come un dato meramente soggettivo e psicologico ("ma questa certezza è la mia" (ivi, 174)), e uno dei tratti caratteristici della riflessione wittgensteiniana consiste indubbiamente in un rifiuto netto della dimensione psicologistica. Per venire a capo della grammatica del concetto di certezza, il fatto che io provi determinati vissuti è del tutto ininfluente, e che le cose per Wittgenstein debbano stare così fa tutt'uno con la nozione di gioco linguistico: il significato di un termine è la regola che sorregge un determinato gioco, non ciò che passa nella testa di chi lo pronuncia. Ma allora, perché richiamare l'attenzione sulla certezza come condizione originaria dell'agire e del vivere? Perché invitarci a riflettere su qualcosa che dovrebbe essere comunque priva di importanza ai fini del problema che Wittgenstein intende porsi?

Non è facile rispondere a questa domanda, e tuttavia credo che per tentare una risposta si debba innanzitutto riflettere su un momento che caratterizza queste riflessioni wittgensteiniane e che non può non colpirci: intendo il nesso che Wittgenstein scorge tra certezza e vita. Questo nesso si fa avanti in varie riflessioni: nel 7 ("la mia vita mostra che so, ossia che sono sicuro"), nel 9, nel 344 ("La mia vita consiste in questo: che sono appagato di alcune cose"), nel 358, e in altri ancora. Tra questi uno merita di essere rammentato per esteso:

Non devi dimenticare che il gioco linguistico è, per così dire, di imprevedibile. Voglio dire: non è fondato, non è ragionevole (o irragionevole). Sta lì - come la nostra vita (ivi, 559).

In questo pensiero, che assume la forma di un invito a ricordare una verità importante, molte cose ci lasciano di primo acchito perplessi e tra queste in particolar modo ci stupisce la tesi secondo la quale il gioco linguistico è imprevedibile. Quest'affermazione sembra falsa: i giochi linguistici sono, per loro natura, prevedibili poiché si fondano su una regola e le regole implicano la ripetizione e la prevedibilità. Che cosa intende dire allora Wittgenstein con questo strano pensiero?

La risposta a questa domanda deve essere cercata proprio là dove Wittgenstein pone l'accento espressivo del suo pensiero: il gioco linguistico "sta lì, come la nostra vita" - così si legge nella riflessione 559. La vita appunto sta lì, perché se è vero che molte cose sono nelle nostre mani e dipendono dalle scelte che vivendo facciamo, questo non toglie che la nostra esistenza sia un fatto in cui ci troviamo già impegnati e che accettiamo, poiché non può essere alterato nelle sue linee di fondo. Non posso, per così dire, dimenticarmi della terra che ho sotto i piedi, delle molte e svariate cose che ospita, così come non posso chiudere gli occhi sulle differenze che le caratterizzano o sulle relazioni che le legano: tutto questo è dato insieme alla nostra vita, ed appartiene al vivere come una caratteristica originaria e ineliminabile. Di qui la ragione che spinge Wittgenstein a soffermarsi sul mondo animale:

non con l'induzione lo scoiattolo conclude che anche il prossimo inverno avrà bisogno di riserve di cibo. E neanche noi abbiamo bisogno di una legge dell'induzione per giustificare le nostre azioni e le nostre previsioni (ivi, 287).

Il bambino crede che esista il latte? O sa che il latte esiste? Il gatto sa che esiste un topo? (ivi, 478).

Se è così importante rammentare questi esempi è perché Wittgenstein vuole appunto farci riflettere sul fatto che vi sono certezze che sono date insieme alla vita e che la sicurezza dell'agire fa parte della vita stessa. Certo, nella vita posso dubitare di molte cose, e l'incertezza è un tratto che caratterizza molti comportamenti umani ed animali. Ma alla radice di ogni incertezza vi è la normalità del comportamento certo - un comportamento che non è motivato, che non è razionale o irrazionale (anche se è conforme a uno scopo), ma che semplicemente sta lì - come noi stessi stiamo.

A partire di qui è forse possibile venire a capo delle oscurità in cui ci eravamo imbattuti leggendo l'osservazione 559. Il gioco linguistico, si legge, è qualcosa di imprevedibile, e noi ci eravamo chiesti che cosa questo significasse. Ora possiamo tentare di dare una risposta: se il gioco linguistico non si può prevedere è perché i giochi linguistici elementari e le certezze che li fondano sono dati con la vita e non hanno quindi una qualche giustificazione che vada al di là del loro esserci. Quei giochi semplicemente vi sono, quelle certezze semplicemente si danno, e non sarebbe stato possibile prevederli: l'intelletto kantiano non avrebbe potuto anticipare la loro forma. Prima delle mie decisioni, prima dei miei dubbi e del mio sapere, vi è dunque la certezza del vivere, una certezza che si radica in un progetto che è molto più vecchio del mio poiché è il progetto animale della vita - di quella vita in cui di fatto mi trovo. Su questa certezza il gioco linguistico poggia, presupponendola come un dato che non è in suo possesso, poiché è sito prima del gesto che ne istituisce la regola. E ciò è quanto dire: possiamo innanzitutto giocare solo quei giochi linguistici che fanno presa sulla dimensione naturale del vivere, che si muovono sullo sfondo di ciò di cui sono certo prima ancora di esserne convinto. Il linguaggio non è nato da un ragionamento (ivi, 475), e quest'osservazione che sembra a prima vista ricalcare le tesi ottocentesche di matrice empiristica sull'origine del linguaggio è in realtà una riflessione sul fondamento della grammatica dei giochi linguistici elementari e sul loro far presa sulle certezze del vivere e sulla loro dimensione quasi istintiva:

Ora io vorrei considerare questa sicurezza non come qualcosa di affine all'avventatezza o alla superficialità, ma come (una) forma di vita. (questo è espresso molto malamente e, di sicuro anche malamente pensato) (ivi, 358). Questo però vuol dire che io voglio concepirla come qualcosa che giace al di là del giustificato o dell'ingiustificato; dunque, per così dire, come un che di animale (ivi, 359).

La certezza fa parte del vivere, della sua forma più originaria, ed è per questo che - muovendosi in questo ordine di pensieri - Wittgenstein sente il bisogno di contrapporre il singolare al plurale: i giochi linguistici sono vari, come le forme di vita - ma tutti fanno infine presa sulle certezze del vivere, sul fatto che la mia vita sta lì e che "consiste in questo: che sono appagato di alcune cose" (ivi, 344).

Avremo modo di tornare tra breve su questo fondamento naturale dei nostri giochi linguistici, e tuttavia - prima di addentrarci in questo tema - è opportuno cercare di dare una risposta alla domanda da cui hanno preso le mosse le nostre considerazioni sul nesso tra la certezza e la vita. La domanda suonava così: la certezza soggettiva è un fatto puramente psicologico e quindi ininfluente ai fini del gioco linguistico o vi è invece un aspetto della certezza soggettiva che travalica l'analisi dei vissuti e che appartiene alla descrizione dei giochi linguistici? A questa domanda possiamo ora rispondere così: la certezza è la certezza del vivere, e questa certezza non è soltanto il modo in cui ciascuno di noi vive e agisce, ma è anche la condizione di possibilità dei nostri giochi linguistici che presuppongono infine uno sfondo di certezze, per le quali non è possibile un fondamento. Un gioco linguistico è possibile solo se ci si fida di qualcosa (ivi, 509), e ciò di cui innanzitutto ci fidiamo è determinato dalla nostra stessa natura, dal fatto che per noi uomini - per creature fatte come noi - valgono determinate certezze (ivi, 284). Senza queste certezze e senza la certezza che può attribuire ad ogni singola mossa di un gioco linguistico un valore paradigmatico i giochi linguistici stessi sarebbero impossibili. Il bambino può imparare a parlare perché i genitori non esitano nel pronunciare le parole di cui si avvalgono e non rendono incerto il nesso tra parole e cose (ivi, 374, 510-511) e un maestro non può pronunciare spesso la parola "forse" proprio perché "il bambino impara perché crede agli adulti" (ivi, 160). E ciò è quanto dire che "la sicurezza risiede nell'essenza del gioco linguistico" (ivi, 457).

Basta tuttavia rileggere la riflessione 559 intorno a cui sono ruotate sin qui le nostre riflessioni per rendersi conto che non ne abbiamo ancora esaurito il senso. In quella riflessione vi è infatti una componente esistenziale su cui non è possibile chiudere gli occhi. Dire che la vita sta lì come un fatto cui partecipiamo non significa soltanto riconoscere che vi sono certezze che si radicano nella nostra vita e nella sua dimensione naturale. Vuol dire anche rammentare che all'origine dei nostri giochi linguistici vi è una componente fattuale e casuale che non può essere messa da parte: il nostro essere fatti così, il nostro essere animati da un insieme di certezze è ciò su cui infine poggiano i giochi linguistici elementari, ma non è per questo il fondamento razionale del nostro sapere. La nostra vita c'è - come un fatto che avrebbe potuto essere altrimenti ma che dobbiamo accettare. La nostra vita se ne sta lì, e noi in essa, e per quanto si possa essere consapevoli della casualità del suo essere così, ciò nonostante non possiamo fare a meno di aderire alle sue richieste. Come il gatto insegue il topo, così anche noi agiamo con completa sicurezza, anche se non abbiamo alcuna ragione che ci conforti e che sorregga la nostra prassi. A fondamento delle nostre credenze vi sono infine le certezze infondate che guidano il nostro agire.

Non è difficile percepire in queste considerazioni l'eco di un problema che compare già nella prima opera di Wittgenstein, e fin nella sua prima proposizione, che suona così: "il mondo è tutto ciò che accade" (Tractatus logico-philosophicus, op. cit., prop. 1.1). Si tratta, certamente, di una proposizione impegnativa, ma che a noi ora interessa solo per un suo risvolto, esso pure carico di suggestioni: affermare che il mondo è tutto ciò che accade vuol dire infatti sin da principio sostenere che il mondo è soltanto l'insieme dei fatti e che questi fatti potrebbero essere comunque diversi da quelli che sono. Nella parola "accadere" deve già risuonare la parola "caso", perché il mondo - questa realtà cristallina che nel Tractatus deve assumere i contorni di una costruzione interamente articolata - ci appare fin da principio come il regno in cui ogni accadimento è dominato dal caso. Certo, a questa nozione di casualità sembra possibile dare un'interpretazione gnoseologica: Wittgenstein sta qui contrapponendo i fatti nella loro determinatezza alla struttura logica del mondo, e se si fa valere la tesi dell'atomismo logico allora è fin da principio evidente che tra stati di cose elementari non può sussistere alcuna connessione. E tuttavia il lettore del Tractatus su questo punto non può aver dubbi: al tema logico si lega qui una preoccupazione di natura esistenziale che legge l'indipendenza degli eventi nell'ordine cristallino del logos come una contrapposizione tra la struttura mirabile dell'universo formale e la casualità della vita che in quello si gioca. L'ordine perfetto della logica deve porsi come un metro che ci costringe a sancire la mancanza di un ordine - o se si vuole: di un senso - nella vita:

Il grande problema intorno al quale ruota tutto ciò che scrivo è: c'è, a priori, un ordine del mondo, e se sì in che cosa consiste? Tu guardi nella nube di nebbia e così puoi persuaderti che la meta sia già prossima. Ma la nube si dilegua e la meta non si vede ancora (Quaderni, in Tractatus logico-philosphicus, op. cit., p. 149).

Ciò che nei Quaderni è ancora in sospeso, nel Tractatus è esplicitamente negato: un ordine a priori nel mondo non vi è (ivi, 5.634), e ciò è quanto dire che "fuori dalla logica tutto è caos" (ivi, 6.3). La filosofia della logica si intreccia così con una filosofia dell'esistenza, e l'opposizione tra verità di fatto e verità di ragione, nella tensione estrema delle pagine del Tractatus, diviene il mezzo per cogliere la vita come un evento del tutto accidentale, come un fatto che non è giustificato da nulla, che avrebbe potuto essere diverso e che non è attraversato da nessuna ragione che giustifichi il suo esser così.

Alla rigidezza dello stile teorico del Tractatus fa eco la maggiore duttilità del pensiero del secondo Wittgenstein ed anche il rifiuto, così caratteristico delle riflessioni wittgensteiniane più tarde, di dare cittadinanza a concetti così ampi e metafisicamente impegnativi come il concetto di mondo. Così, per un incipit come quello del Tractatus in Della certezza non vi è posto, così come posto non vi è per il sistema di opposizioni che ne caratterizza la prospettiva teorica. Ciò non toglie che almeno in un punto, il rimando al Tractatus sia opportuno: anche nelle pagine di Della certezza la vita c'è e sta lì, - come un fatto che non può essere spiegato e di cui non si può dire che sia ragionevole o irragionevole ma solo che è. Per la nostra vita non abbiamo ragioni, e questa tesi che, nel Tractatus, appariva come il corollario di una contrapposizione tra la forma logica e i fatti ci appare ora come un riconoscimento dell'impossibilità di ancorare il nostro sapere al di là della vita, del suo esserci data.

 

 

 

 

 

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