Paolo Spinicci


Il mondo della vita e il problema della certezza
Lezioni su Husserl e Wittgenstein

 

 

 

 

 

 

 

 Lezione nona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Il mondo della vita e il mondo intuitivo

 

 

 

 

 

Le riflessioni che abbiamo proposto nella scorsa lezione avevano un obiettivo di carattere introduttivo. Volevamo mostrare come il richiamo husserliano ad un'epoché dalle scienze obiettive non fosse privo di una sua interna plausibilità e non fosse motivato da una qualche istanza irrazionalistica, né tanto meno dall'intento di segnare un discrimine tra la ragione e la vita: all'origine dell'epoché dalle scienze obiettive vi è infatti la convinzione che vi sia un'immagine intuitiva del mondo che non viene di fatto cancellata dal diffondersi del sapere scientifico e che sembra anzi porsi come un terreno comune ad ogni costruzione teoretica e ad ogni valorizzazione mitica ed immaginativa. Anche se l'episteme costruisce un'immagine del reale che espunge da sé come mere apparenze le determinazioni sensibili del mondo in cui viviamo, lo scienziato non sembra poi saper fare a meno del linguaggio della doxa - del linguaggio dell'esperienza quotidiana. Si delinea così, come abbiamo mostrato, la possibilità di un'indagine che si astenga dal condividere le tesi della scienza obiettiva e che si mantenga sul terreno intuitivo.

E tuttavia parlare di intuizione significa avvalersi di un termine tutt'altro che chiaro, che cela in sé il rischio di un possibile fraintendimento. Di questo termine vi è innanzitutto un uso innocuo che è forse il più comune, almeno nella nostra lingua: di una persona che abbia un'inattesa capacità di orientarsi in un campo teorico che non conosce approfonditamente diciamo che è dotata di una buona intuizione o che sa arrivare intuitivamente alla soluzione di un problema. Da questo uso ingenuo del termine di cui discorriamo sembra tuttavia possibile trarre un uso filosoficamente più impegnativo, e nella storia della riflessione filosofica non è difficile imbattersi in teorie che ci parlano dell'intuizione come di una facoltà peculiare capace di giungere immediatamente alla verità, senza tuttavia saper rendere conto del cammino percorso. L'analogia con la percezione, che motiva etimologicamente la scelta del termine [da intueor che significa "osservo"], è evidente: proprio come chi apre gli occhi vede immediatamente ciò che gli sta di fronte ed è certo del suo esserci e del suo esser così, anche chi si avvale dell'intuizione per cogliere la verità pretende di avere di fronte agli occhi - della mente, beninteso - la soluzione certissima del problema che gli sta a cuore.

Ora di questa concezione dell'intuizione come di una forma del conoscere che attesta insieme la vicinanza e la consustanzialità dell'io che conosce alla verità che gli si dispiega non vi è traccia nelle pagine husserliane, così come non vi è posto per il corollario che l'affianca: la tesi secondo la quale il criterio di verità di un asserto poggerebbe infine su un sentimento di intimo convincimento, su una voce interiore che con la sua autorità sarebbe capace di esimerci da ogni ulteriore dubbio. In Husserl, la parola "intuizione" ha un significato più piano che non rimanda ad una qualche nascosta facoltà, ma ci riconduce innanzitutto al terreno della percezione sensibile. Sottolineare il carattere intuitivo del mondo della vita non vuol dire allora sostenere che esso si dispieghi nella sua natura solo in virtù di una facoltà peculiare; significa, più banalmente, sottolineare il fatto che il mondo della vita è innanzitutto una realtà percepibile, e non una narrazione mitica o una costruzione logica di natura obiettiva, come lo sono invece gli oggetti di cui ci parlano le scienze obiettive. Gli atomi e le molecole, proprio come le rette geometriche e i punti, non sono realtà percepibili, e questo naturalmente non perché siano troppo piccoli o troppo sottili per essere catturati dall'occhio, ma perché possono essere colti per quello che sono solo all'interno di una teorizzazione particolare entro la quale soltanto ha senso asserire la loro esistenza. Per dirla diversamente: per dire che cosa intendo con "albero" ha senso indicare un albero, mentre questa stessa operazione sarebbe del tutto fuori luogo se dovessi spiegare che cosa si intende con "retta". In questo caso un disegno non basta, poiché una retta non è un oggetto sensibile tra gli altri, ma si pone come il risultato di un prassi costruttiva o, se si preferisce, di una definizione linguistica. Scrive Husserl:

Il contrasto tra l'elemento soggettivo del mondo della vita e del mondo "obiettivo" e "vero" sta semplicemente in questo: che quest'ultimo è una sotterranea costruzione [Substruktion] teoretico-logica, la costruzione di qualcosa che di principio non è percepibile, che di principio non è esperibile nel suo essere proprio, mentre il mondo della vita nella sua dimensione soggettiva è caratterizzato sempre e ovunque dalla sua esperibilità (ivi, p. 156).

Potremmo forse esprimerci così, per dare una volta tanto la forma di una massima alle nostre riflessioni: per il mondo della vita - o più propriamente: per il suo nucleo originario e invariante - vale in primo luogo la tesi secondo la quale esse est percipi vel posse percipi. Ma forse, piuttosto che compiacersi di massime che lasciano il tempo che trovano, è forse opportuno rammentare che quando vogliamo spiegare un termine del linguaggio di fatto retrocediamo dagli usi linguistici al terreno degli esempi intuitivi che ci permettono di istituirli - e che retrocediamo sino a quando ci imbattiamo in un terreno comune, in un insieme di operazioni intuitive che è da un lato condiviso, dall'altro sufficientemente ricco per poter introdurre operativamente il concetto che ci sta a cuore. Ma ciò è quanto dire che il problema della chiarificazione concettuale indica un cammino che dalla Lebenswelt nella sua piena concrezione ci conduce in linea di principio verso un insieme di operazioni intuitive su materiali intuitivi.

Ora, sottolineare il carattere intuitivo del mondo della vita vuol dire anche mettere in luce, in secondo luogo, il suo carattere di originarietà: il mondo della vita nella sua mera dimensione intuitiva è prima del mondo così come la scienza lo comprende, e questo semplicemente perché è esistita di fatto un'umanità prescientifica, cui del resto ci ricongiungiamo quando - abbandonate le preoccupazioni di carattere teorico - agiamo nel mondo e parliamo del mondo senza per questo sentirci costretti a mettere in dubbio la sua veste sensibile. Per dirla con Husserl:

il problema del senso d'essere peculiare e costante di questo mondo della vita per gli uomini che vivono in esso ha buone ragioni per essere posto. Non sempre questi uomini nutrono interessi scientifici, e gli scienziati stessi non sempre sono occupati nel lavoro scientifico; inoltre, come mostra la storia, non sempre c'è stata nel mondo un'umanità che vivesse abitualmente nella dimensione di un interesse scientifico da molto tempo costituito. Il mondo della vita invece c'è sempre stato, prima di qualsiasi scienza, qualunque sia il modo di essere che esso ha nell'epoca della scienza. Si può quindi porre il problema del modo di essere del mondo della vita in sé e per sé (ivi, p. 152).

Nel rimando alla dimensione intuitiva del mondo della vita è tuttavia racchiusa una terza connotazione su cui dobbiamo ora brevemente soffermarci. Husserl sottolinea infatti più volte che il mondo della vita è soggettivo-relativo, e questa espressione deve essere innanzitutto colta nella sua accezione meno impegnativa: dire che la Lebenswelt è soggettivo-relativa significa infatti riconoscere che gli oggetti della percezione sono - se valutati secondo il criterio dell'esattezza scientifica - avvolti in una certa vaghezza che fa tutt'uno con il loro essere colti come momenti dell'esperienza sensibile. Noi - se non abbiamo un interesse scientifico specificamente rivolto alla questione in esame - parliamo di forme circolari e di linee diritte, ma naturalmente non intendiamo affatto dire che il contorno del piatto su cui mangiamo è un luogo determinato dal fatto che tutti i suoi punti sono equidistanti da un punto, proprio come il nostro asserire che questa stoffa è rossa non esclude affatto che in essa vi siano microscopiche macchie di un differente colore. Il mondo della doxa è il mondo del pressappoco, e non avrebbe davvero senso lamentarsene: nella norma i nostri giudizi non hanno bisogno di una particolare precisione ed è del tutto legittimo fermarsi sul terreno delle relatività dell'esperienza. Solo là dove è necessaria una maggiore precisione, è opportuno abbandonare il piano intuitivo e mettere in gioco la prassi della misurazione, le costruzioni ipotetiche, i processi di verificazione - in una parola: la prassi teorica che ci permette di acquisire verità sottratte alla relatività dell'esperienza quotidiana.

Ora, sottolineare la necessaria relatività della doxa non significa tuttavia soltanto invitare il lettore ad acclimatarsi a distinzioni che non possono sempre essere formulate con il linguaggio esatto della quantità, ma vuol dire anche rammentare che il mondo della vita è un mondo che si dispiega per una soggettività esperiente. Il tavolo su cui scrivo ha una superficie piana, - tutti saremmo disposti a riconoscerlo. E tuttavia questa proprietà si dà come una determinazione che si annuncia nel processo aperto dell'esperienza e che potrebbe, proprio per questo, essere corretta da un'osservazione più attenta. Ora che osservo meglio il piano d'appoggio del tavolo scopro piccole asperità che si notano bene al tatto, ma che possono sfuggire alla vista, e questa nuova scoperta potrebbe costringermi a modificare il mio giudizio, che avrebbe potuto del resto essere revocato anche se avessi modificato la sfera dei miei interessi ed intendessi impiegare quel tavolo per altri fini. Ma ciò è quanto dire: proprio perché è un mondo del pressappoco la Lebenswelt ci costringe talvolta a ricordarci del fatto che gli oggetti che le appartengono si danno ad una soggettività che li coglie all'interno della dinamica dell'esperienza, nella trama delle relatività che la caratterizzano e che permette di rendere sensata la prassi di una più attenta osservazione, di uno sguardo ravvicinato.

Anche in questo caso il rimando alla sfera obiettiva delle scienze sembra caratterizzato innanzitutto dalla posizione di una differenza. Le verità della scienza sono verità obiettive, e ciò significa che in esse si esprime la pretesa di una conoscenza definitiva della realtà, libera in linea di principio dal rimando alle relatività dell'esperienza. Certo, lo scienziato avanza ipotesi che possono essere falsificate, ma di cui non è possibile una verificazione definitiva - nessuna esperienza dice che ci sono gli atomi, ma molte concordano con quest'ipotesi. E tuttavia, ciò che l'ipotesi pone - l'esistenza degli atomi - ci riconduce ad un ambito di oggettualità che non appartiene al campo delle relatività dell'esperienza percettiva: gli atomi non si costituiscono nell'esperienza, ma sono costruzioni ipotetiche che spiegano l'esperienza stessa. Così, se gli oggetti del mondo della vita ci costringono talvolta a ricordarci dell'esperienza soggettiva in cui si manifestano, gli oggetti in sé della fisica tendono a porsi come pure obiettività, e del resto quando la mente sottile di Democrito elabora per la prima volta il concetto di atomo non è solo affascinato dall'idea di aver trovato un nucleo stabile dell'essere che permetta di spiegare il cambiamento, ma è colpito anche dall'atteggiamento etico che una simile concezione del cosmo ispira all'uomo. Se il tutto è composto di atomi e vuoto, allora è davvero necessario congedarsi una volta per tutte dall'ottimismo antropocentrico di chi crede che l'universo sia uno scenario disegnato per l'uomo ed adattato nella sua natura ontologica alla disposizione sensibile di chi è stato prescelto per intenderlo e contemplarlo. L'obiettività degli atomi diviene così la condizione per fondare metafisicamente il pessimismo etico di chi ha compreso che gli eventi del mondo non accadono per l'uomo: nell'infinità dei mondi non vi è posto per una concezione dell'essere plasmata sulla nostra umana natura. Il rimando alla natura intuitiva della Lebenswelt si configura dunque - per Husserl - come una via per rammentarci della dimensione della soggettività: il carattere soggettivo-relativo del mondo della vita si pone così come indice della falsità di una concezione obiettivistica del reale.

Ora, ciò che è vero per il mondo intuitivo non sembra essere altrettanto vero per le entità obiettive della scienza, che sono in linea di principio sottratte alla relatività implicita nell'esperienza sensibile: sottolineare il carattere intuitivo della Lebenswelt sembra essere allora un modo per ribadire per altra via l'epoché dalle scienze obiettive. E tuttavia, proprio questo richiamo all'epoché dalle scienze obiettive ci costringe a richiamare l'attenzione sulla complessità del discorso husserliano che rischia qui di sfuggirci, poiché se gli oggetti di cui la scienza parla non hanno natura intuitiva, non per questo si deve dimenticare che, per Husserl, sono il frutto di una prassi soggettiva che può essere in quanto tale indagata. Lo abbiamo già osservato: l'epoché non ci chiede di fare come se le scienze non fossero mai esistite, ma si limita ad invitarci ad assumere un atteggiamento diverso rispetto alle scienze stesse - un atteggiamento cui Husserl allude quando chiede al lettore di non condividere i risultati della prassi scientifica.

Sul significato che deve essere attribuito a questa richiesta è forse opportuno indugiare un poco. Asserire che i risultati della scienza non debbono essere condivisi non significa sostenere che debbano essere considerati falsi: negarli vorrebbe dire evidentemente muoversi sul terreno dell'obiettività. Ma non vuol dire nemmeno fare come se a questi risultati non si fosse mai pervenuti: l'epoché non ci costringe ad abbandonare il nostro mondo della vita - il mondo della vita nella sua piena concrezione - per risalire al suo nucleo primario e invariante - al mondo della vita come realtà interamente percepibile. Di qui l'unica via che resta aperta: Husserl ci chiede di considerare la scienza non nei suoi risultati - nell'immagine obiettiva del mondo che essa viene tracciando - ma nel suo porsi come una costruzione soggettiva, come una prassi idealizzante che si nutre di ipotesi e che prende concretamente il suo avvio dal terreno dell'esperienza immediata. E se

le proposizioni, le teorie, l'intero edificio dottrinale delle scienze obiettive sono formazioni che si sono costituite attraverso le attività degli scienziati, nel loro lavoro in comune - più precisamente: che si sono costituite attraverso un progressivo strutturarsi di attività in cui quelle successive presuppongono sempre gli esiti delle precedenti (ivi, p. 159),

allora si deve riconoscere che, in quanto formazioni soggettive che derivano da una prassi teorica, le scienze appartengono alla piena concrezione della Lebenswelt (ivi, p. 158).

Ci si ripresenta così quella duplicità interna al concetto di Lebenswelt su cui abbiamo precedentemente attirato l'attenzione, e che ora nello scarto che separa il mondo come correlato dell'esperienza percettiva dal mondo come risultato di una prassi costitutiva di natura teoretica. E tuttavia, piuttosto che lamentare un'ambiguità che ben difficilmente poteva essere sfuggita al suo autore, è forse opportuno chiedersi se essa non risponda ad un disegno teorico esplicito. Vorremmo in altri termini suggerire che la dualità insita nel concetto di Lebenswelt è innanzitutto finalizzata a richiamare l'attenzione su un percorso possibile, su un cammino volto a mostrare una continuità tra il mondo della vita nella sua dimensione percettiva e le scienze come formazioni teoriche - una continuità che appare fin da principio posta sotto il segno della costituzione soggettiva. Dare a questa continuità una fisionomia definita vorrà dire allora indicare concretamente il percorso che può ricondurci dall'una all'altra concezione della Lebenswelt, - un percorso che deve saperci mostrare come le scienze si radichino nel mondo della nostra quotidiana esperienza. E ciò è quanto dire: venire a capo della dualità di accezioni della Lebenswelt significa far luce sulla sua dimensione trascendentale, significa mostrare come il mondo della vita si costituisca come il terreno che è presupposto da ogni prassi scientifico-costruttiva, come un campo articolato di distinzioni preteoretiche che sono implicate da qualsiasi prassi teorica.

 

 

 

 

 

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